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II – IL CICLO DEL VINO

    Nel 1982 a Levanto la superficie a bosco era di 1637 ha, mentre a vigneto ne risul­tavano censiti 127 e ad oliveto 504.

    L’attuale distribuzione delle colture non rispecchia tuttavia la loro importanza sul piano storico. L’epidemia di fillossera, che si era già mani­festata alla fine dell’800 per divenire poi particolarmente grave nel periodo compreso fra le due guerre mondiali, portò all’abbandono di molti terreni vignati, soprattutto in zone periferi­che o difficilmente rag­giungibili.

    Una delle conseguenze fu la rapida scomparsa delle varietà locali a produzione diretta (che non neces­sitavano di innesto su ceppo selezio­nato), note con i nomi di ar­bòia, brasöa, brüxapagià, fogialà, giankuòtu (o giankòttu), lugéize, mustùza, pikabùn, razöa, (uve bianche) e amerikàna, bertàna, frapelà, tettavàkke (uve nere).

    Per lo più la vite era allevata a spalliera (skàggi) oppure a pergolato (âtéi) di altezza variabile secondo le ca­ratteristiche del terreno. Nelle Cinque Terre è ancora in uso il pergo­lato basso. In tempi più remoti non si sosteneva affatto la vite, ma si lasciava vegetare libera­mente sul terreno. Solo in corri­spondenza dei grappoli ve­niva posto, in estate, un piccolo sostegno per favorirne una più sana matu­razione.

    I sesti di impianto erano generalmente molto stretti, sia per una mag­giore uti­lizza­zione dello spazio disponibile sia perchè tutte le operazioni coltu­rali venivano eseguite a mano.

    Le principali lavorazioni richieste dal vigneto sono la zappatura, la potatura, la le­gatura e i trattamenti antiparassitari. La prima veniva ese­guita generalmente nel tardo au­tunno con l’apertura di profondi solchi nei quali era interrato tutto il materiale di scarto prodotto dal vigneto stesso (erba, pampini e sarmenti). Quando possi­bile si ricorreva anche al sove­scio primaverile, per il quale era utilizzato quasi sem­pre il lupino, o alla concimazione organica.

    La potatura era generalmente piuttosto lunga e tendeva a privilegiare più la quantità della produzione che la sua qualità. Per le succes­sive ope­razioni di legatura dei tralci si utilizzavano la ginestra o il salice. Segui­vano, nei periodi opportuni, gli indispensabili trattamenti a base di zolfo e di solfato di rame che proteggevano il vigneto dalle infestazioni crittoga­miche (oidio e peronospora).

    La vendemmia, tra la fine di settembre e i primi giorni di ottobre, rappresen­tava un momento di aggregazione e di incontro. Cibo tradizio­nale era lo stoccafisso con le patate.

    Le tecniche di vinificazione erano simili in tutto il territorio. Dopo la pigia­tura, prati­cata a piedi nudi nella mastra (recipiente a forma di tronco di cono rove­sciato) posta su un tino di grandi dimensioni, non si procedeva alla separazione del mosto dalle vi­nacce. Questa tecnica, se da un lato permetteva una più rapida chia­rificazione del vino, dall’altro ne pregiudicava in parte la qualità per cui, so­prat­tutto in annate sfavorevoli, po­teva risultare difficoltosa la vendita del prodotto.

    L’assaggio del vino nuovo avveniva tradizionalmente per San Mar­tino (11 no­vem­bre). Seguiva, a dicembre/gennaio, il travaso dai tini a re­cipienti di più pic­cole dimensioni, e quindi la torchiatura. Il prodotto che ne derivava (turciòia), nel caso di conduzione mezzadrile, rimaneva al contadino, mentre il vino era diviso con il proprietario del terreno.

    Come unità di misura era in uso la soma, che a Genova era pari a 16 rubbi (kg. 126,71). Nel comprensorio levantese, nelle Cinque Terre e nel resto della Lunigiana la soma equivaleva invece a 80 kg.